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CASSAZIONE

Furto d'identità: spetta alla banca l'onere della prova della scusabilità del suo errore

In caso di furto d'identità, quando la riconoscibilità dell'abuso era da ritenere in re ipsa, e da presumere fino a prova contraria, è a carico della banca e non del danneggiato l'onere di fornire la prova della scusabilità del suo errore. E' quanto affermato dalla terza sezione civile della Corte di Cassazione nella sentenza n. 3350 dello scorso 11 febbraio.


Il fatto
S. L. conveniva davanti al Tribunale tre banche, esponendo che persona a lui sconosciuta, successivamente identificata in un certo F. A. aveva aperto rapporti di conto corrente a suo nome presso ognuna delle tre banche, presentando come documento di identità la patente di guida che egli aveva smarrito e di cui aveva denunciato lo smarrimento due anni prima e che suddetto F. A. aveva messo in circolazione assegni e lasciato protestare a nome. A seguito di ciò ne erano conseguiti numerosi procedimenti penali a carico di S.L. per emissione di assegni a vuoto, sebbene egli non avesse intrattenuto alcun rapporto con le suddette banche e le avesse anzi diffidate dal far protestare assegni bancari apparentemente a sua firma.
Il Tribunale respingendo la domanda nei confronti di una delle tre banche (addebitando all'attore in questo caso di non avere dato tempestiva comunicazione della sua estraneità al rapporto di conto corrente), riteneva le altre due banche responsabili per comportamento negligente condannandole ad un risarcimento danni a favore del ricorrente S.L..
Le banche, quindi, proponevano impugnazione avverso la sentenza del Tribunale. La Corte d'Appello, in riforma della sentenza di primo grado, assolveva le banche appellanti da ogni domanda, condannando il S.L. a restituire le somme ricevute in esecuzione della sentenza di primo grado e compensando le spese dell'intero giudizio.


Contro la sentenza della Corte d'Appello, proponeva quindi ricorso per cassazione il S.L.
La Corte di Cassazione accogliendo il ricorso (nel solo primo motivo) ha così motivato:
" 1. - La Corte di appello ha respinto le domande del danneggiato, rilevando che le banche hanno aperto i conti correnti dietro esibizione di un documento di identità intestato al L., documento che non era stato in alcun modo falsificato o alterato, mediante sostituzione della fotografia; che non si può esigere che le banche richiedano l'esibizione di due documenti di identità o del tesserino originale di rilascio del codice fiscale; men che mai lo si poteva richiedere all'epoca dei fatti, allorché il furto di identità costituiva un modus operandi del tutto eccezionale. Ha rilevato che il danneggiato non ha dimostrato che le sembianze dell'usurpatore fossero diverse da quelle risultanti dalla fotografia sul documento; ed anzi, il fatto stesso che lo scambio di persona non sia stato rilevato induce a ritenere verosimile che vi fosse un'apprezzabile somiglianza; che non si possono richiedere alle banche accertamenti particolarmente sofisticati sull'autenticità dei documenti presentati dai correntisti, accertamenti che ostacolerebbero lo svolgimento degli affari; tanto più che la prassi in materia tende ad evolvere verso una sempre maggiore semplificazione dei rapporti, ove si consideri che oggi l'apertura di un conto corrente può avvenire per via telematica, senza alcun contatto fisico fra il correntista e l'istituto di credito.
(...)
L'esercizio dell'attività bancaria si considera mera occasione dell'esposizione a pericolo del patrimonio od anche dell'incolumità fisica della clientela; non invece la causa prima ed originaria dei corrispondenti rischi (così per esempio, in relazione ai danni conseguenti ad una rapina, Casso civ. Sez. III, 27 maggio 2005 n. 11275).
Ciò premesso in ordine alla violazione di legge, va però rilevato che la motivazione della Corte di appello appare illogica e contraddittoria sotto svariati profili.
In primo luogo perché richiama la non esigibilità di controlli particolarmente sofisticati da parte della banca, mentre nella specie si trattava di verificare se fossero stati effettuati i controlli minimi indispensabili al fine di identificare il cliente, cioè la verifica della corrispondenza della fotografia riportata sul documento alla persona del richiedente il servizio.
In secondo luogo perché incorre in una vera e propria petizione di principio, quando afferma che la foto era da presumere somigliante perché il falso non è stato riconosciuto, dando così per dimostrato il fatto che l'impiegato allo sportello avesse controllato il documento e la fotografia, circostanza che era invece da dimostrare.
Il fatto che il documento non fosse stato in alcun modo falsificato o alterato induce a presumere che lo scambio di identità fosse immediatamente riconoscibile (come è stato in effetti riconosciuto da altro operatore economico, a breve distanza di tempo) .
Risultando in fatto dimostrati il furto di identità e l'utilizzazione da parte del reo di un documento altrui in nulla alterato o modificato, la riconoscibilità dell'abuso era da ritenere in re ipsa, e da presumere fino a prova contraria. Era a carico della banca, quindi, e non del danneggiato, l'onere di fornire la prova della scusabilità del suo errore (per la somiglianza fra le due persone o per altra causa), contrariamente a quanto ha affermato la Corte di appello.".

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