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partecipazione alla gara

Appalti pubblici e normativa antimafia

Commento a cura dell' Avv. Antonio Giacalone – Studio Legale Rusconi Partners

L'applicazione delle misure interdittive alla partecipazione alle gare e all'affidamento di appalti della pubblica amministrazione, previste dalla normativa c.d. “antimafia”, pur costituendo uno strumento molto incisivo sulla vita economica delle imprese, non prevedono espressamente alcuna forma di indennizzo nell’ipotesi in cui le stesse imprese coinvolte risultino poi completamente estranee ai fatti e alle circostanze oggetto degli accertamenti.
Proprio tale specifico risvolto patrimoniale ed economico della disciplina è stato oggetto della sentenza della Corte Costituzionale, 24 febbraio 2010, n. 58.
I Giudici remittenti, T.A.R. Catania, avevano sollevato una questione di legittimità costituzionale in relazione agli artt. 2, 3, 41, 42 e 97 della Costituzione, dell’art. 10 della legge 31 maggio 1965 n. 575, della legge 17 gennaio 1994, n. 47, dell’art. 4 del d. lgs. 8 agosto 1994, n. 490 e dell’art. 10 del D.P.R. 3 giugno 1998, n. 252, “nella parte in cui tali disposizioni non prevedono l’obbligo di un appropriato indennizzo a favore di quelle imprese per le quali, ritenuti inizialmente sussistenti i rischi di condizionamento mafioso ... e adottati i necessari provvedimenti interdittivi, risultino poi del tutto assenti tali rischi, in base all’accertamento contenuto in sentenze passate in giudicato.”
Tuttavia, nonostante il tema susciti un sicuro interesse, sotto il profilo giuridico, questa pare essere stata una occasione persa.
Infatti, i Giudici di legittimità, non hanno svolto valutazioni sugli aspetti patrimoniali della vicenda oggetto delle censure avanzate dal TAR ma, diversamente, hanno dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale, poiché il Collegio rimettente, non ha individuato la norma censurata, riferendosi genericamente all'intera disciplina delle certificazioni e delle informative antimafia.
La questione, dunque, rimane ancora aperta poiché, considerato che la Corte Costituzionale non ha espresso alcuna valutazione nel merito delle censure avanzate, la potenziale validità delle motivazioni addotte dai Giudici remittenti resta inalterata.

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